Desert highway, Libano [prima parte]
Incontro con lo stile di vita libaneseArea:
Libano - Argomenti:
Africa, destinazioni, strade
Roma 7. 11. 99
Ho lasciato Roma con un tempo strano, da una parte dei binari la campagna
sotto un sole tiepido, e dall'altra la periferia della città che
cominciava a bagnarsi sotto un cielo imbronciato che la avvolgeva.
Il pomeriggio del giorno prima andavo in tram verso il centro per salutare
un amico, lungo la strada osservavo la mia città: bellissima nell'atmosfera
autunnale con l'aria umida e allegra; viaggiavo nel tram semivuoto vicino
ad un Rumeno che suonava la fisarmonica e di fronte ad una ragazza triste.
Scorrevamo silenziosi nel sabato pomeriggio tra le foglie secche che
svolazzavano pigre su viale Trastevere, e mille impalcature celavano i
palazzi umbertini ancora in restauro. Alcuni erano appena stati spogliati
dalle loro armature e dei relativi drappeggi, ho avuto così la visione di
questa Roma rinata, finora seppellita sotto il caratteristico mantello di
smog che dalle nostre parti tutto avvolge e corrode.
Ripensavo a Roma da un aeroporto asettico e internazionale, non capivo
bene dove mi trovavo e con la testa ero già lontano. Per un eccesso
d'ansia ero arrivato un po' in anticipo, e ho dovuto passarci tre ore e
mezzo; le ho spese facendo tutto quello che si può fare in un aeroporto
(check-in, panino, caffè, sigaretta, telefonate e lungo cazzeggio in
libreria), poi ho pensato a quello che potevo aver dimenticato a casa
mentre guardavo le hostess sgambettarmi davanti.
Hamman, ore 21
Ho preso un taxi insieme ad una coppia di Svizzeri con una bambina che
sembrava un babà con la tutina azzurra; volevamo andare in un albergo che
suggeriva la guida, ma il tassista ci ha sequestrato dicendo che lui
conosceva un albergo migliore e che ci avrebbe portato lì.
A noi tre e forse anche al babà sembrava la classica fregatura per turisti
appena sbarcati, così abbiamo insistito per andare dove volevamo, ma lui
con pacatezza mediorientale ci ha detto :"Trust in me and in my country!".
Non potevamo dire di no, così ha perpetrato il sequestro fino in fondo. Il
tassista ci aveva promesso un posto economico così io ed il ragazzo
svizzero siamo saliti nella reception nuova di zecca che ci ha
insospettito alquanto, infatti costava il doppio della topaia dove
volevamo andare noi. Siamo tornati al taxi, determinati ad andarcene ma
l'autista ci ha detto di tornare su insieme con lui : "Trust in me!", ha
aggiunto. Ci ha presentato al direttore, un alto e raffinato gentiluomo
che infondeva pace e serenità intorno alla sua figura distinta. Ci ha
invitato a sederci per un tè, e mentre lo svizzero voleva scappare a tutti
i costi, io avevo capito che quello era l'inizio di una lunga ma piacevole
trattativa, così ho spinto il giovane sulla poltrona sulla quale si è
posto nervoso; io ci sono sprofondato gustandomi l'infuso rigeneratore.
Con un fare lento e piacevole che mi faceva sentire a casa, il direttore
ci ha esposto le qualità del suo albergo; io ho controbattuto con le
motivazioni pratiche, filosofiche ed economiche delle mie scelte
nell'abitare, lo svizzero ha detto solo: " 12 Dinari, non di più!". La
piacevole trattativa si è protratta a lungo, finché ci siamo accordati per
una cifra molto simile a quella della topaia.
Amman 8. 11. 99
Nella fase rem del mio primo sonno mediorientale, verso le sei di mattina,
mi ha svegliato la chiamata del "muezzin" che urlava dalla moschea. Una
nenia senza inizio né fine mi ha trasportato dal sonno ad una veglia molto
simile ad uno stato di trance; sono sceso nella confusa stazione degli
autobus dove mi sono reso conto di non essere più in Italia: poche donne
tutte con lo chador ed una miriade di "keffiah" a coprire le teste degli
uomini.
Ho visitato i resti della parte della città antica romana ancora in
restauro e ho fatto un giro dalle parti della moschea, dove ho incontrato
un tipo che diceva di avere un ufficio turistico e che mi poteva aiutare
in qualche modo. Il suo ufficio era in un caffè, dove abbiamo bevuto e
fumato il narghillè giocando a backgammon.
Ha tentato di vendermi delle cartoline, ma gli ho detto che me le facevo
da solo, così mi ha scroccato una sigaretta anche se non fumava. Mi ha
accompagnato all'autobus per Iraq Al Amir, lì mi sono seduto insieme a due
turiste: Jeannette dal fisico da indossatrice, e Claudia, piccola e scura
latinoamericana.
Abbiamo visitato insieme le rovine del tempio e le caverne soprastanti;
Jeannette saltellava sui massi con i suoi occhi vispi e le movenze di una
gazzella; non c'è voluto molto perché mi piacesse. La sera a cena mi ha
detto che domani tornerà in Olanda, le ho confessato che avrei voluto
rivederla; lei ha cinguettato qualcosa che non ho sentito perché troppo
impegnato ad ammirare i suoi occhi per l'ultima volta, poi ci siamo
baciati calorosamente sulle guance ed ha sgambettato via con la nuvola di
colore che la circondava. Mi sono ritrovato solo per un lunghissimo minuto
nella confusione cittadina, ma subito i negozianti arabi mi hanno invitato
ad entrare nelle botteghe e a parlare del più e del meno...
In albergo mi attendeva il manager che mi ha invitato nel suo ufficio dove
mi ha dato dei consigli utili per il mio viaggio; l'atmosfera che riusciva
a creare con il suo modo di parlare e la sua gentilezza non l'avevo mai
incontrata prima. Dopo una lunga chiacchierata mi ha lasciato il suo
numero di telefono personale, in caso avessi avuto bisogno di qualsiasi
cosa. Sono arrivato in camera quasi imbarazzato da tanta disponibilità che
in altri posti avrebbe destato sospetti.
La mattina dopo sarei partito per Aquaba con Claudia.
Amman 9. 11. 99
La mattina la lagna dalla moschea è iniziata che era ancora buio, e dopo
un'interruzione di mezz'ora ha ripreso per coloro i quali fossero riusciti
a riprendere sonno (ma non era il mio caso). In uno stato penoso ho
raggiunto in taxi la stazione dei pullman, stavo facendo colazione quando
mi hanno detto che non era da lì che sarebbe partito il mio mezzo, così ho
camminato per un quarto d'ora con i bagagli sulle spalle e il tè bollente
che mi sbrodolava ovunque. Sono giunto appena in tempo col bicchiere
oramai vuoto. Il viaggio è stato terribile, tutti i "comfort" dell'autobus
erano delle vere e proprie torture: l'aria condizionata ci lanciava
spifferi gelidi dietro il collo, le note della musica araba erano assai
distorte dal volume da discoteca. Per fortuna hanno iniziato a trasmettere
sul video una soap opera (araba) e poi una telenovela (araba) molto
"trash". Non siamo riusciti a capire quale fosse il dramma dei personaggi
obesi, ma sapevamo qual'era il nostro, guardavo Claudia e sorridevamo per
non piangere. Allora mi sono messo all'opera e ho passato la tendina sopra
le nostre teste per bloccare il flusso d'aria gelata e ho inventato dei
tappini per le orecchie a base di fazzoletti di carta e saliva; questi
bastavano ad attenuare le voci della telenovela, ma non le urla distorte
dei protagonisti. Caduto in un sonno agitato mi sono risvegliato lungo le
rive del Mar Morto.
Avevamo lasciato la "Desert Highway" e correvamo lungo le spiagge
ciottolose che finivano nelle acque prive di vita del "mare", ma altro non
è che un lago salato. Sull'altra sponda si ergevano le alture israeliane, e
alla nostra sinistra si spalancava il vuoto del deserto. Di tanto in tanto
tracce di pneumatici lasciavano l'asfalto per lanciarsi nelle le dune, tra
queste comparivano rari e semisommersi resti del passaggio dell'uomo:
copertoni, barili divorati dal tempo, ed altre cose che avevano ormai
perso ogni ricordo dell'utilità che ebbero in vita. Lontano, piccoli
riquadri di terra coltivata circondavano le tende dei beduini o i
caratteristici cubi di cemento con cui qui fanno le case; ne aggiungono e
li ingrandiscono per variare l'unità abitativa, ma sempre agglomerati di
cubi sono. Amman è costruita tutta così e sembra fatta di "Lego" bianco.
Siamo arrivati ad Aquaba dopo quattro ore di viaggio, è una cittadina
turistica che occupa una striscia di mare larga pochi chilometri tra
Israele e l'Arabia Saudita, l'unico sbocco giordano sul Mar Rosso. I
turisti presenti sono tutti mediorientali ricchi con auto dalle cilindrate
che fanno invidia alle locomotive, ma gli autoctoni sono sempre
gentilissimi e servizievoli. Io e Claudia abbiamo trovato un albergo
sufficientemente fetido e a buon mercato, poi siamo andati a mangiare un
panino.
Mentre giravamo per il lungomare abbiamo visto un bar che sembrava essere
adatto alle nostre tasche, ma i tre chili di mosche che lo popolavano ci
hanno consigliato di spostarci; dietro l'angolo ce n'era un altro che
sembrava molto meglio, così ci siamo accomodati e dopo aver ordinato
abbiamo visto il barista che andava a preparare i sandwich nel locale
ripugnante.
Bevendo un caffè sulla spiaggia pensavamo alla curiosa vicinanza di
Israele nel golfo, si affaccia con la città di Eliat, che alla sera si
illumina come un albero di Natale vicino alle coste egiziane, brulle e
distanti una manciata di chilometri. Da un buon punto di osservazione
compiendo una rotazione di 180° si possono vedere quattro stati: Egitto,
Israele, Giordania e Arabia Saudita; come vicini di pianerottolo loro si
guardano, si parlano, si ignorano o si sputano; a seconda dei casi.
Alle 19,30 ero già nel mio lurido giaciglio, colto da un attacco di sonno
e da discreti crampi allo stomaco che non è ancora abituato ai batteri
mediorientali.
Aquaba 10. 11. 99
Di buon ora sono andato in un "Diving" per fare un'immersione nelle
splendide acque del Mar Rosso; lì ho conosciuto Rami, gioviale e con i
capelli rasta, mi ha fatto da guida durante l'immersione. Con lui sono
partito in furgone verso il confine saudita, le note di Peter Tosh
rallegravano il viaggio in un deserto industriale disseminato di depositi,
cantieri e ruspe polverose. Siamo arrivati in un tratto in cui la spiaggia
era libera, ma sparsi qua e là comparivano scheletri di costruzioni in
cemento armato; sparpagliati nel vuoto parevano ancora più inutili di
quello che erano. Ci siamo tuffati e subito ci è apparso uno spettacolo
ben diverso da quello appena lasciato, il fondale era completamente
tappezzato di coralli di ogni forma e colore, tra questi vivevano in
simbiosi un' infinità di pesci di dimensioni microscopiche; la
consapevolezza del loro essere immangiabili (alcuni, nel loro piccolo,
erano anche velenosi) li rendeva estremamente fiduciosi nell'uomo, e si
lasciavano quasi toccare. Molti si mimetizzavano tra i coralli o gli
anemoni che li sfioravano con i loro tentacoli molto dannosi. Più avanti
nuotando in quel caleidoscopio, non credevo ai miei occhi, mi è apparsa la
sagoma inquietante di un carro armato. Era adagiato sul fondo marino,
leggermente inclinato su un lato tanto da sembrare impegnato su un
percorso difficile; ci siamo avvicinati alle sue lamiere ormai
completamente incrostate di corallo, avevano solo qualche chiazza libera
che lasciava intravedere i colori della bandiera giordana. In mezzo ad
ogni minima fessura delle sue fiancate corrose si erano stabilite forme di
vita variopinte, ed una piccola murena aveva approfittato della canna della
mitragliatrice pur di avere un tetto sulla testa.
Fuori dell'acqua Rami mi ha detto che il tank fu gettato lì dall'esercito
perché era rotto, le cavità di questi oggetti privi di vita diventano un
formidabile ambiente per sviluppare la vita marina.
La sera sono andato a comprarmi una "keffiah", nel negozio mi ha accolto
un giovane dalla larghezza ben superiore a quella dell'ingresso del
locale; mi ha chiesto cinque dinari, ma gli ho detto che era un prezzo
esagerato e che in Italia l'avrei pagata la metà. Ci siamo accomodati così
in un rilassato mercanteggiare, discutendo tra battute di spirito, sorrisi
e psicoanalisi; alla fine sono riuscito a strappargliela di mano per 3,50
(era un duro). Con mia grande sorpresa, quando mi ha dato il resto mi sono
accorto che effettivamente me l'aveva fatta pagare la metà, aggiungendo:"Va
bene così, Italiano!", a lui piaceva parlare ed avrebbe continuato in
quella contrattazione fino a notte fonda per poi regalarmela. Mi ha
invitato a sedermi di fronte alla sua vetrina per un tè, che avrebbe posto
fine a quel contrattare più simile ad un incontro di scherma che di boxe.
Poco dopo si è venuto ad accomodare anche il fratello del mercante, erano
due Palestinesi, Rami e Nasser che orgogliosi dei loro 130 kg ne ridevano
afferrandosi i rotoli di ciccia a vicenda. Insieme ci siamo fatti grasse
risate bevendo tè ultrazuccherato come piace ai Giordani, e mi hanno
presentato una dozzina di loro amici che arrivando si sedevano in cerchio
vicino a noi. Quando li ho lasciati si era formata una bella comitiva.
Mentre tornavo in albergo ho incontrato uno dei ragazzi del centro
immersioni, mi ha offerto un succo di frutta e mi ha parlato un po' delle
leggi coraniche in Medio Oriente. Pare che i più severi siano i Sauditi,
che condannano i reati minori con pene medievali, per gli assassini poi
c'è la pena di morte mediante decapitazione. Però prima della condanna
bisogna stare un mese in prigione durante il quale si può avere tutto ciò
che si vuole e si può vedere chiunque si voglia, anche se questa persona è
in capo al mondo il governo la rintraccerà e pagherà le spese del viaggio.
Per altri reati è prevista l'immersione per una settimana in una vasca
piena d'olio in cui bisogna riuscire a stare a galla senza addormentarsi
per tornare in libertà;
a chi si fa le canne vengono solo tagliate le
mani. Per questo era contento delle permissive leggi giordane: lui era
stato sorpreso a fumare con una decina di persone e si sono fatti tutti sei
mesi di carcere. Con queste belle notizie sono andato a dormire sereno, già
avevo abbandonato l'idea del sesso, ora sfuma anche l'ipotesi di farmi uno
"spino", mi rimane il rock and roll...
Aquaba 11. 11. 99
Avevo organizzato il viaggio a Wadi Rum, un luogo desertico dove
guerreggiò contro i Turchi un tal Thomas Edward Lawrence, meglio noto come
"Lawrence d'Arabia", e dove girarono le scene dell'omonimo film. Ho
prenotato un posto con un'agenzia, il proprietario si è rivelato essere il
primo (e spero uno dei pochi) degli Arabi stronzi. La sua antipatia mi ha
spinto più volte ad andarmene, ma visto che i suoi prezzi erano molto più
contenuti di tutti gli altri ho accettato. Se la sua simpatia era
sicuramente il principale motivo di un prezzo tanto basso, l'altra ragione
l'ho capita all'appuntamento: il fuoristrada con cui la guida si è
presentato era un preistorico Toyota Land Cruiser a passo lungo, che la
sabbia del deserto aveva attaccato in ogni punto. L'autista si chiamava
Alì, alto, scarno e spigoloso individuo, dagli occhi spiritati ed i
baffetti neri; gli ho chiesto quanti anni aveva il mezzo meccanico, e mi
ha risposto che non lo sapeva con precisione, ma che tra i vecchi
proprietari veniva citato sul libretto di circolazione proprio quel tale
"Lawrence d'Arabia". Raggelato da tanta freddura non ho fatto altre
domande, e sono stato stipato nell'ampio cassone con altri cinque turisti
dall'aspetto anglosassone. Abbiamo imboccato la "Desert Highway" per poi
seguire una pista che perdeva la propria identità col trascorrere dei
chilometri. Dopo un paio d'ore di buche gli scricchiolii delle mie ossa
erano in perfetta armonia con i cigolii delle sospensioni legnose, creando
così una macabra orchestrina. Per fortuna avevamo raggiunto la prima tappa
della gita, e siamo scesi tra le rocce lavorate dagli elementi che
creavano figure fantastiche. Il silenzio totale era disturbato solo dalla
mitraglia delle macchine fotografiche che si scatenavano in un amplesso
ticchettante. La seconda tappa era di fronte una parete con antiche
iscrizioni di scene di caccia, e così in altri luoghi spettacolari. Vicino
un gregge di capre malridotte era posata su un masso una ragazza beduina
dai vestiti variopinti e con un grande turbante nero in testa. Lo chador
le copriva il viso, ma lasciava apprezzare da una fessura due splendidi
occhi verdi truccati di nero. Ha iniziato a parlare con la guida, io
osservavo (immaginavo) il suo corpo minuto e sinuoso che si muoveva in
armonia con la sua voce intonata; sono stato preso dall'impulso
irrefrenabile di strapparle di dosso il velo che le copriva il viso per
vedere quale fiore del deserto si nascondesse lì sotto, e se non avessi
rischiato la vita per questo l'avrei fatto.
Strano, ma è stato proprio di fronte a questo ammasso di tuniche e
drappeggi sotto cui immaginavo ci fosse un essere umano che ho capito
veramente cos'è l'erotismo.
Tornati in auto, Alì il pazzo autista del deserto sfrecciava fuoripista
lanciando il relitto a velocità spaventosa giù in picchiata dalle dune; i
passeggeri (alcuni dei quali un po' datati) erano in preda ad attacchi
isterici, e l'arabo folle più li sentiva urlare e più pigiava
l'acceleratore. Al grido di "Allah è grande!" torturava noi e il mezzo
senza curarsi dei massi né delle buche che raramente evitava. In
lontananza sotto una parete di roccia si cominciava ad intravedere un
accampamento beduino che Alì ha puntato dritto e ci è entrato dentro ad
una velocità esagerata, fermandosi nel mezzo con una sgommata a
semicerchio che ha imbiancato le tende. E' saltato giù e sgambettando è
riuscito da una di queste con una grande caraffa bollente che mi ha messo
in braccio: " Inshallah (se Dio vuole)..." mi ha detto, "...riusciremo a
vedere il tramonto !" e con un'altra sgommata è partito verso una duna,
imbiancando le tende che si erano salvate prima.
Siamo arrivati in cima che il sole infuocava l'orizzonte, Alì serviva il
tè ed io guardavo intorno le altissime pareti rocciose che si stagliavano
dal mare di sabbia, erano completamente cesellate dai venti, con
un'abilità ed una pazienza che solo il tempo può avere. Tutto si è fermato
ad assaporare quel momento. Solo in quel lungo attimo di quiete totale,
bevendo un tè nel deserto, mi sono reso conto che ero lontanissimo da
tutto quello che avevo conosciuto prima. Pieni di quell'esperienza (anche
Alì si era calmato), siamo tornati alle tende beduine dove già un
abbacchio intero sfrigolava sulla brace. Gli arabi in tunica bianca
suonavano e ballavano intorno al fuoco quando è arrivata dal nero della
notte un'altra carovana di fuoristrada carichi di allegri e attempati
turisti francesi, il vino giordano ha subito cominciato a dare i suoi
effetti sul gruppo che si è gettato nel vortice delle danze tra i beduini
urlanti. Sono stato avvicinato dalla loro guida, un giovane che sembrava
aver già visto parecchio di questo mondo. Mi ha raccontato dei suoi
pellegrinaggi per il mondo sotto il peso dello zaino, poi giacché ero
l'unico giovane intorno al fuoco mi ha presentato una deliziosa fanciulla
del suo gruppo: Severine, in gita con la nonna. Questa era una gioviale e
brilla signora che al momento volteggiava tra i baffuti Mori. Ho parlato a
lungo con Severine, e prima di chiederle l'indirizzo e salutarla ho fatto
diversi complimenti alla nonna, come ogni buon manuale del rimorchio
insegna. Loro e il loro gruppo sono andati a dormire in albergo, noi del
Toyota preistorico siamo partiti verso una grande tenda beduina distante
alcuni chilometri; lì abbiamo trovato un'accogliente atmosfera familiare,
intorno ad un povero fuoco di sterpi erano raccolte le diverse
generazioni: dal più anziano e largo Arabo ad uno sciame di bambini
chiassosi che allietavano la notte con i loro canti. Questi rimanevano
sempre un po' in disparte, prendendo parte al gruppo solo quando venivano
chiamati dagli adulti; anche le donne erano relegate ad un altro settore
della tenda separato dagli uomini da pesanti stoffe, e facevano rare
apparizioni per servire il tè aromatizzato, o solamente quando c'era un
valido motivo alla loro presenza .
Abbiamo chiacchierato fino a tardi sui tappeti, ridendo con i grassi ed
allegri beduini dei quali osservavo i comportamenti dati dalle diverse
gerarchie e parentele.
Wadi Rum 12. 11. 99
Stamattina Alì è entrato nella tenda dove dormivamo battendo le mani e
gridando:"Iallàh, iallàh ! (Andiamo!)". Ci siamo alzati dagli enormi
mucchi di coltri sotto i quali eravamo sommersi per difenderci dalla
gelida notte desertica, e come una mandria Alì ci ha ficcato nel cassone
del Toyota. Io mi sono fatto lasciare in un incrocio della pianura
sassosa, ho salutato Alì: "You're the best of the fuckin'crazy drivers,
take care of yourself and of the tourists!", "Inshallah!" mi ha risposto
lui. Poi è ripartito con la solita sgommata che mi ha imbiancato. Al
diradarsi del polverone è apparsa una cadente costruzione monolocale con
su scritto: "Police" mediante sommarie pennellate, e di fronte a questa
stazionava una ragazza bionda; mi ha detto che anche lei voleva andare a
piedi nel deserto, così abbiamo aspettato insieme un mezzo che ci avrebbe
portato alla "Resthouse", una specie di campeggio nel villaggio di Rum.
Poco dopo è uscito dalla casupola una specie di poliziotto che si stava
abbottonando i pantaloni, con la divisa impataccata, disordinata e senza
gradi pareva più un meccanico che uno sbirro; ci ha offerto un tè e ci ha
detto che potevamo salire sul cassone di un Pick-up di beduini che si
erano appena fermati, erano suoi amici e ci avrebbero portato gratis.
Quando siamo arrivati invece pretendevano una cifra esorbitante, Veronica,
la ragazza argentina che era con me l'ha presa malissimo, ed ha sfoderato
il suo caratterino inveendo contro gli Arabi di quella zona che cercano di
derubare i turisti in qualsiasi modo. Ero d'accordo nella sostanza, ma lo
stava manifestando in maniera un po' troppo vivace, quello era uno di quei
casi in cui bisogna tirare fuori tutte le proprie capacità diplomatiche per
trovare un accordo, e con gli Arabi è sempre possibile se si riesce a
parlare sorridendo anche se si vorrebbe strangolarli. Ho preso Veronica da
parte e le ho detto che non eravamo nel nostro paese ma nel deserto, per di
più lei è una ragazza bionda di sesso femminile con gli occhi chiari e dei
fianchi che corrispondono ai modelli di bellezza mediorientali, visto che
entro breve saremmo stati soli nel mezzo del nulla era meglio che portassi
avanti io le trattative. Così ho preso il tizio sotto braccio e dicendo
alcune stronzate per rompere la tensione (tra cui la famosa: "
Arabi e
Italiani, una faccia una razza!"), sono riuscito a cavarmela pagando
un quarto di quello che chiedeva. Come previsto, poco dopo eravamo in
cammino sulle piste incerte che passavano tra le coste massicce delle
montagne intarsiate. In mezz'ora siamo arrivati alle "Lawrence spring",
luogo di refrigerio del personaggio a cui furono devotamente dedicate, ora
solo un gruppo di cammelli sembrava trovarci un certo interesse. Abbiamo
ripreso il cammino per alcune ore fino ad una duna che sembrava non
arrivasse mai, su in cima, sotto una parete rocciosa, abbiamo trovato
riparo dal sole ma non dalle mosche che ad ogni costo si sono impadronite
di parte del nostro pranzo. L'unico modo per evitare gli insetti era
muoversi, così come due ignavi abbiamo proseguito nella piana sotto il
disco rovente del sole a mezzogiorno. In nostro aiuto è giunto un beduino
in Land Rover e ci ha chiesto se volevamo prendere un tè; abbiamo
accettato, lui era di una gentilezza squisita, e guidando lentamente ci ha
portato nella sua tenda dalla classica forma rettangolare. Non so perché e
non ricordo dove l'ho letto, ma pare che sia stato proprio Allah ad
imporre questa geometria. Qui viveva la madre del tizio tunicato, il cui
nome (di cui andava orgoglioso) era Mohammed Alì. Ci ha fatto accomodare
sui cuscini disposti in un ampio cerchio, e l'infuso è stato servito in
bicchierini bollenti.
Lì nella quiete pomeridiana assaporavo lentamente la bevanda zuccherina,
sentivo la madre sussurrare da fuori mentre la luce filtrava dalle fessure
della tenda illuminando Mohammad Alì sdraiato nella sua tunica linda. Non
so quanto tempo siamo stati lì nel silenzio più totale, tra le esili spire
di fumo che si alzavano annoiate. In un altro posto avremmo sentito il
bisogno di dire qualcosa, ma nessuno ha avuto il coraggio di rompere
quell'atmosfera. Io e Veronica eravamo incantati dai movimenti rilassati e
aggraziati dell'Arabo che avevamo di fronte: bellissimo nella sua
meditazione, con lo sguardo fisso sul panorama. Ora tutto quello che si
sentiva era il ronzio di una mosca. Non so per quanto tempo sono riuscito
a stare senza un solo pensiero nella testa, ero una delle cose di quel
deserto, non potevo né dovevo fare nulla, ma solo essere. Pensavo che in
quel deserto è più facile trovarsi che perdersi...
Siamo andati a vedere il tramonto su una duna, di fronte al sole che
ingrandiva all'orizzonte vedevo per l'ultima volta quelle strane montagne
che mi facevano pensare ad un duomo di Milano messo in forno e mezzo fuso.
Mohammad Alì poi ci ha invitato in un'altra delle sue tende per passare la
notte nel deserto; tutto gratis, ha aggiunto. Da come guardava Veronica,
le ho consigliato di rifiutare se non aveva intenzione di pagare lei il
conto. Così è stato. Quindi, salutato il compìto beduino, siamo tornati a
dormire alla "Resthouse" dove ci hanno confermato che avevamo fatto la
scelta giusta: "Nothing is free in this fuckin'world ! ! ". Questo valeva
anche per me che eventualmente non sarei stato escluso da qualche forma di
pagamento, ma questa regola non sempre è vera in Medio Oriente, dove ancora
si incontra quella generosità sincera che non si aspetta nulla in
cambio.
Wadi Rum 13. 11. 99
Dopo aver passato una notte nel gelo di una tenda ho salutato Veronica, e
mi sono messo in viaggio verso Petra, quello che mi attira di più tra i
siti archeologici del Medio Oriente.
Gli splendori di questa antica città vennero portati agli occhi
dell'Europa dall'esploratore svizzero Burckhardt, che riuscì ad arrivarci
con non poche fatiche. Ai primi dell'ottocento il procedere per questi
deserti non era facile, e sono noti i suoi travagli per portare avanti le
trattative con i beduini bramosi di danari. Questi pensavano che egli
fosse alla ricerca di favolosi tesori, quindi pretendevano cifre non
sempre alla portata di un povero esploratore; ma purtroppo i beduini
rappresentavano anche l'unica possibilità di non perdersi, e visto che lo
sapevano, facevano un po' gli stronzetti... Serve molta fantasia per
immaginare lo spettacolo che può aver avuto Burckhardt davanti agli occhi,
perché quello che vediamo noi oggi ne è una versione assai "consumata".
Purtroppo la pietra con cui la città è stata costruita è molto friabile,
ed il vento ha una pazienza infinita.
La zona era abitata già dal 7000 AC quando cadde sotto il potere
dell'Egitto, a cui faceva gola la sua posizione intermedia tra la valle
del Nilo e le civiltà tra il Tigri e l'Eufrate. Da quel momento non si sa
più nulla della regione fino ai riferimenti che appaiono nella Bibbia in
cui si parla della terra di Edom. Qui poi si stabilirono gli Israeliti,
per poi lasciare il posto (dopo parecchie guerre) ai Nabatei. Erano popoli
nomadi che cambiarono idea, non appena ebbero realizzato che la zona
rappresentava una miniera d'oro grazie alla sua posizione, e costruirono
Petra. Riuscirono a mantenere l'autonomia e la pace con i loro bellicosi
vicini di casa: Egiziani e Siriani vennero tenuti a bada grazie al fatto
che i commerci di entrambi i paesi passavano via Petra. Insieme alle
mercanzie arrivava anche parecchia cultura, e di quella buona a vedere le
superbe facciate, sintesi dell'architettura greca (in Siria allora
comandavano i Greci) ed egiziana, condita da un sofisticato stile
arabo.
I Nabatei prosperavano grazie alle ingenti somme di denaro dei dazi
doganali, questo per molto tempo gli permise di non farsi divorare dai
Romani, sebbene da questi arrivasse un forte influsso politico e culturale
sulla città. Alla fine l'impero romano riuscì a papparsela stabilendo un
legame diretto tra Roma e Petra, che l'arricchì sopratutto sotto l'aspetto
architettonico, da cui non si staccarono mai le precedenti influenze
artistiche. Si dice che in questo periodo Petra abbia vissuto una specie
di "rinascimento", finchè Palmyra, altra città-base di carovanieri, le
strappò le soste dei mercanti e buona parte degli introiti. Rimase
disabitata fino al periodo bizantino, come dimostra la chiesa riesumata
vicino al colonnato, per poi ricadere nell'oscurità fino al 1108, quando
venne utilizzata come base dai crociati.
Per i successivi 800 anni Petra fu dimenticata dal mondo, ma solo i
beduini la conoscevano custodendo gelosamente il segreto finché, nei primi
dell'800, fu riscoperta da chi sappiamo.
Wadi Musa 14. 11. 99
Stamattina quando sono uscito i galli ancora dormivano, ho camminato a
lungo nella notte che si schiariva alle luci di un sole malsicuro, fino a
raggiungere le rovine che mi hanno richiamato in questo luogo desolato. La
strada ha proseguito lungo il letto di un fiume ormai secco, che aveva
scavato un profondo e stretto canyon lungo circa un chilometro e dal
quale, a tratti, non si vedeva il cielo. In quel momento ero l'unico
visitatore e mi sentivo un piccolo esploratore svizzero. Dal profondo
budello in cui ero, d'un tratto mi si è aperto davanti un piazzale
finalmente illuminato; sulla parete di roccia verticale di fronte a me era
scolpita la magnifica facciata di un tempio, giustamente chiamato " Al
Khazneh Pharon", il tesoro. Le proporzioni perfette e la stupefacente
lavorazione dei capitelli lasciavano senza fiato, era netto il contrasto
tra la pietra grezza dello sfondo ed i contorni definiti del prospetto, ma
il materiale era lo stesso, e come un diamante tagliato ad arte emergeva
con garbo dalla roccia su cui era incastonato. Con il suo nobile e
discreto temperamento non faceva rumore, ma mi aveva lasciato troppo
colpito per scattare delle fotografie. Mi sono seduto su una panca del
chiosco di fronte per apprezzarlo meglio, insensibile al tè bollente che
mi ustionava le mani lo osservavo mentre i primi raggi di sole accendevano
il frontale.
Ho iniziato a scalare la montagna che domina la valle dove si sviluppa la
città, da lassù oltre ad una vista panoramica di tutta la zona ho trovato
ad attendermi un delizioso altarino sacrificale in buono stato di
conservazione. Non ho indugiato molto su quel picco, ho scattato un paio
di fotografie nervose e ho ripreso subito il sentiero, ultimamente i
luoghi di sacrificio mi mettono un pò di inquietudine. Scendevo lungo la
scarpata che conduce verso i resti oramai consunti di questo luogo
stupefacente strappato alla roccia, mentre lavoravo parecchio con la
fantasia per riuscire ad immaginare come fossero in origine le
costruzioni. I monumenti più esposti alle intemperie sono ridotti a dei
fantasmi di se stessi.
Tornato nella valle mi sono trovato di fronte ad uno spaventoso serpente
formato dalla folla di turisti chiassosi che ridevano, consumavano e
indicavano. Il biscione strisciava lungo il viale principale perdendo
componenti qua e là. Questi, armati di avide fotocamere scattavano
raffiche di fotografie senza nemmeno provare ad assaporare l'atmosfera del
luogo (che comunque avevano già rovinato con la loro presenza superficiale
e distratta). Sembravano preoccupati solo di avere qualcosa di "concreto"
da riportare a casa. I numerosi bar della zona erano ormai saturi di
clientela richiedente, io ne sono stato escluso dai prezzi esorbitanti, e
ho consumato il mesto panino che avevo su un eremo lontano, insieme a due
ragazze francesi povere e previdenti quanto me.
Con passo rapido e maldestro sono riuscito a vedere e documentare con la
luce giusta buona parte delle rovine, rischiando di fracassarmi anche io
con tutta l'attrezzatura su distese di ciottoli che mi rotolavano
continuamente sotto i piedi. L'ultima tappa era "Il Monastero", detto così
perché situato su una ripida montagna alla quale si accede tramite strette
gole e ormai logori gradini, che non sono più tali per i motivi di cui
sopra. Dovevo a tutti i costi riuscire ad arrivarci prima del tramonto,
altrimenti sarei dovuto tornare il giorno dopo pagando un'altro biglietto
di ben 25 $. Spinto da questo stimolo sono riuscito a scalare il monte in
meno della metà del tempo che richiedeva normalmente, ma immagino in che
stato dovevo essere, tutte le persone che incrociavo sulla via mi
lanciavano sorrisi compassionevoli ed un anziano signore italiano mi ha
detto: "Coraggio!", provando sincera pietà. Sono arrivato appena in tempo
per terminare il lavoro e godermi l'ultima luce del tramonto che
accarezzava la facciata maestosa del monumento; ho voluto assaporare così
il primo vero momento di relax dopo un'intera giornata di cammino:
spogliandomi della giacca e della "keffiah" oramai intrisa di sudore che
portavo intorno al collo; la sigaretta che poi mi ha fumato tra le dita è
stata la più gustosa che io ricordi.
Anche la cazzata che ho fatto spogliandomi nel vento gelido è stata la più
grande che possa ricordare; già durante il ritorno sentivo i crampi dei
muscoli del collo che si ribellavano al fatto di dover appartenere a
qualcuno che li rispettasse così poco. Tornato in albergo ho trovato
Crayg, il mio compagno di stanza inglese, alquanto alterato per il
comportamento dei gestori: "Sono strani … ", mi ha detto, e poi ho
iniziato a capire perché. Sono quattro personaggi che a rotazione o tutti
insieme popolano la piccola reception e la stanza della TV, nulla facendo
e osservando chi, come noi, si siede lì per leggere. Oggi Crayg si è preso
un giorno di riposo perché aveva passato una notte insonne nel deserto, ha
fatto l'errore di tirare fuori un giochino elettronico portatile, e subito
uno di questi tipi glielo ha chiesto in prestito per una partita.
Quando sono tornato la sera stava ancora giocando, e con un espressione
ebete non riusciva a passare il primo quadro, ma aveva quasi finito le
pile. Anche io mi sono accomodato vicino a loro per scrivere il presente
memoriale, ed un altro degli albergatori mi si è seduto accanto fissando
me e quello che scrivevo, senza capirci niente. Io ogni tanto lo guardavo
infastidito e lui faceva un sorriso che non capivo. Ho rinunciato a quello
che stavo facendo, Crayg mi ha preso da parte svelando quel nervosismo
singolare degli anglosassoni: " I want back my fuckin' Nintendo ! ", mi ha
detto, ma ogni volta che se lo riprendeva il tipo tornava con una scusa e
se lo faceva ridare, così abbiamo deciso di uscire per cena ché lui lì
dentro stava esplodendo.
Arrivati davanti alla reception l'albergatore è tornato all'attacco con un
sorriso ebete, ma per fortuna Crayg ha saputo mantenere la calma e con la
scusa che ci dovevo giocare io siamo svicolati. "Sono tutti dei fottuti
ritardati mentali!", mi diceva mentre fumavamo un "Hubbly Bubbly" (il
narghillè). Io ancora riuscivo a ridere della situazione ma lui era
veramente alterato, si immobilizzava, e con lo sguardo fisso nel vuoto mi
ha detto che non voleva essere rude, non voleva proprio, ma loro lo
costringevano... Quando siamo tornati ci siamo seduti nel solito salottino
per fumare una sigaretta, oltre ai ritardati c'erano altri due tizi che
parevano essere normali e simpatici, uno di questi diceva di non parlare
inglese, quindi siamo stati mezz'ora parlandoci a gesti per esprimere un
paio di concetti elementari. Poi andandosene mi saluta in perfetto
inglese, ringraziandomi della bella conversazione. Io ero allibito,
l'altro suo amico "normale" mi ha rassicurato dicendo che era pazzo; poi
dopo aver fatto un paio di considerazioni spiritose sulle ragazze giordane
mi ha detto che aveva con sé un preservativo, e se lo volevo vedere. Ho
detto che per noi si era fatta una certa, e siamo fuggiti in camera col
Nintendo chiudendoci dentro a duplice mandata.
Wadi Musa 15. 11. 99
Oggi, mentre Crayg era a Petra, io ho passato la mattinata a curarmi i
crampi al collo che mi ero procurato con lo spogliarello montano; al
momento di uscire ho cercato di non incrociare i subnormali, ma uno di
questi già mi aspettava al varco per chiedermi il Nintendo, io ho finto di
non capire e mi sono dato alla macchia per il resto della giornata. Quando
sono tornato ho trovato Crayg distrutto da otto ore di marcia, si era
appena abbandonato sul letto che hanno bussato alla porta, era uno dei
subnormali, con in mano un vecchio ed enorme videogioco anni '80, di
quelli che si attaccano alla televisione bianco e nero; lo voleva dare a
Crayg in cambio del suo giochino Hi-Tech, con sopra dieci dollari di
conguaglio, ed il solito sorriso ebete che gli ha risparmiato un bel pugno
in pieno volto. Ho visto Crayg fremere sul letto con le ultime energie che
aveva; io mi sono trattenuto dal ridere, l'ho calmato dicendo che bisogna
avere pietà di quei poveri ma fottutissimi deficienti (solo che secondo me
questi spesso ci marciavano). Mentre spingevo fuori il tipo col videogioco
preistorico, Crayg gli urlava dietro che non glielo avrebbe mai dato,
nemmeno per cento dollari e che potevano andare tutti da qualche parte che
non ho capito bene, perché aveva iniziato ad usare uno stretto slang.
Wadi Musa 16. 11. 99
Stamattina all'alba io e Crayg abbiamo lasciato l'albergo parlando del
film "Psycho" mentre raggiungevamo la fermata dell'autobus, io sono
partito per Showbak . Quando sono arrivato nel paesino, un barista mi ha
informato che il castello che stavo cercando era assai lontano, e la via
altresì tortuosa. Detto ciò ha fatto un fischio ad un ragazzino che stava
andando a scuola, perché si adoperasse come mia sicura guida; lungo la
strada questo salutava i suoi amichetti che si univano a noi, e quando
siamo usciti dal paese avevo intorno una mezza dozzina di mocciosi
euforici e schiamazzanti. Mi hanno scortato fino alla strada che portava
al castello e ci siamo salutati, io ero già stanco sotto il peso dei due
zaini che mi coprivano e del sole che cominciava a picchiare; quando ho
lasciato l'allegra brigata pensavo di essere quasi arrivato, ma delle
rovine nessuna traccia. Ho camminato sulle alture aride per mezz'ora prima
di vedere la sagoma imponente del maniero che sovrastava la collina, la
strada però girava a sinistra e c'era un sentiero che puntava diritto alla
mia meta; l'ho imboccato, e procedendo maldestro sui ciottoli mi sono
accorto che portava giù in una gola. Visto che avevo deciso che quella era
una scorciatoia mi sono avventurato nel fosso, che sono riuscito a
traversare con non poche fatiche. Risalendo la china del colle mi sono
accorto che non c'era entrata in quel lato del castello, così ho dovuto
procedere rasentando la muraglia lungo tutto il suo perimetro, con grande
sollevamento di polveroni e ruzzolate per le coste. Alla fine sono
riuscito a riprendere la strada che avevo abbandonato prima, e che
conduceva all'ingresso da dietro una curva. Sebbene il castello fosse
ridotto in uno stato abbastanza rovinoso, la visita mi ha regalato
immagini da cartolina ed una pausa rigeneratrice nel vento fresco.
All'uscita una coppia di venditori di souvenir mi ha offerto un tè sotto
la loro tenda; mi avevano osservato durante tutta la scalata, e mi hanno
chiesto perché non avessi percorso la strada normale. Gli ho risposto che
noi fotografi preferiamo osservare il mondo dai punti di vista più
originali. Tra le facezie, uno di loro mi ha raccontato che diversi uomini
venivano dall'Europa fin lì per avere rapporti sessuali con lui all'ombra
dei massi. Dopo parecchi tè sono riuscito a prendere la via per Kerak, un
altro dei gloriosi castelli appartenuti ai crociati e a tutti quelli che
poi dettarono legge in queste lande.
Sono arrivato dopo aver cambiato non so quanti autobus; ero su uno di
questi che percorrevo la "Desert highway" quando un poliziotto si è venuto
a sedere vicino a me ed ha attaccato a parlare; mi ha chiesto perché
portassi l'orecchino e a fare altre domande inquietanti, accompagnate da
occhiate languide che mi hanno fatto sentire come una pollastrella dalle
nostre parti, quando viene importunata dal "provolone" di turno. Le mie
risposte diventavano sempre più glaciali, finché lui si è fatto coraggio e
mi ha chiesto se volevo andare con lui. "A che fare ?" ho chiesto io con
falsa ingenuità. Voleva mostrarmi il suo gamberone, ma ho abilmente
rifiutato dicendogli che ero vegetariano e che preferivo le patatine. E'
sceso deluso poco dopo, e l'ho visto tornare a casa triste, dalle due
mogli che mi ha detto che lo aspettavano. Mi raccontava l'allegro
venditore di souvenirs che loro usano andare con le donne per dovere e con
gli uomini per piacere, l'omosessualità è vista come cosa molto normale e
non se ne fa un mistero. Capita spesso che un marito si porti in camera un
amichetto e la moglie (o le mogli) muoia di gelosia mentre lava i piatti in
cucina.
La situazione delle donne è molto particolare, non so cosa capiti tra le
mura domestiche, ma fuori, quelle poche che si vedono, non danno proprio
l'impressione di vivere in una società che le consideri molto, se non
sotto l'aspetto di procreatrici. Mi trovavo a vivere in una società di
soli uomini, e ad essi destinata; la presenza femminile si avvertiva di
sfuggita solamente nei mercati o in qualche attività che ne giustifichi la
partecipazione. La privazione dei loro sguardi, della loro sensibilità e
della loro esistenza non mi rallegra affatto, sentivo gli ormoni maschili
impregnare l'aria e sempre troppo spesso mi sentivo una preda.
La visita al castello di Kerak è stata assai deludente, si riassumeva
tutto ad un mucchio di sassi e parecchie stanze vuote tutte uguali, solo
il panorama era degno di nota.
Ora la mia meta era il Libano.
Kerak 17. 11. 99
Alle sei ero già su un piccolo autobus diretto ad Amman, il guidatore
doveva essere un integralista islamico perché ha acceso l'autoradio con le
letture dei passi del Corano e l'ha messo a tutto volume. La stazione era
disturbata da un fischio in sottofondo, era una vera e propria tortura, ma
nessuno ha avuto il coraggio di reagire a questa folle esaltazione. L'audio
era talmente alto che la voce ci giungeva completamente distorta,
accompagnata dal sibilo che trapanava i timpani; io ho provveduto con i
consueti tappini a base di fazzoletti e saliva che filtravano il 30% del
sermone e il 10% di fischio.
Arrivato ad Amman ho preso uno dei cosiddetti "Service taxi" che
attraversano il confine, ero insieme ad un arabo microscopico con la
cravatta, un prete ed una sua amica (amichetta?). Ci hanno fatto
accomodare in una berlina americana anni '70 che sul cofano ci si poteva
parcheggiare una delle nostre utilitarie. Al confine con la Siria, come
prevedevo, sono iniziati i problemi, e qui si rende necessario un
flashback all' ambasciata.
[fine prima parte - Continua]
Data: 17/05/2005
Altri capitoli di questo racconto:
Discuti di quest'argomento nel forum
Non ci sono discussioni in corso relative a quest'articolo. Per aprire una discussione, usa il modulo in basso.